Leggere Wunderkind (parte 1)

Devo parlare ancora di Wunderkind. Però la prenderò alla larga, come se non volessi arrivare al punto (come fa GL sul suo blog, neh? XPP). Devo fare un paio di specificazioni, prima di toccare il libro.

Non ero proprio partita col piede giustissimo, con D’Andrea.
Io stavo (di solito) zitta e osservavo, cioè leggevo, i commenti che ogni tanto lasciava sul blog di Larù. “Uhm.”, pensavo. “Boh”.
Chiaramente siamo di due scuole diverse. Ma direi che tutti quelli che sono nati prima della caduta del muro sono di una scuola diversa dalla mia (No, dai, forse quelli dell’89 no.).
Altrettanto chiaramente siamo di due fazioni politiche diverse. Ed è un’osservazione abbastanza banale, visto che gente di destra conosciuta in internet la posso contare sulle dita di una mano. Probabilmente perché frequento ambienti ostili? Non so, sui siti di slash sembrano tutti di sinistra…
Comunque.

Ha un modo di porsi (mmmh, come chiamarlo? Assoluto? Aiuto, scrittori, trovate un aggettivo), D’Andrea, che vedo abbastanza spesso e che mi ricordava qualcosa (a parte il fatto che si interrompe sempre nel punto più bello).
Ho scoperto cos’era quando ho comprato il libro (copertina stupenda, sconto del 15 %, nello scaffale davanti a me in mezzo a libri che non c’entravano assolutamente niente con lui. Dev’essere stato tutto previsto, non potevo tirarmi indietro).
È nato nel ’79.

Allora, io frequento gente del ’79 da quando sono nata.
Peggio ancora, sono stata cresciuta da genitori di una del ’79. Doppio influsso. Stesse mani hanno legato i miei sostegni e annaffiato il mio vaso.
Quando mi è capitata, per un anno solo, l’insegnante del ’79, sono andata in crisi perché non riuscivo a darle del lei. Ero disperata, mi sembrava di parlare con una mia amica o con mia sorella, invece era un’insegnante.

C’è un rapporto di amore e odio, tra me e quelli del ’79.
Posso parlare direttamente a voi?
Perché mi trattate, giustamente, come se fossi una ragazzina tanto più piccola di voi (quello che sono), e mi mettete la mano sulla testa e mi ripetete quella frase odiosa (“potessi avere anch’io i problemi di una diciottenne!”).
Non vi rendete conto che io vi ho visti crescere. Ho partecipato attivamente alla vostra adolescenza. Le vostre crisi di diciottenni hanno segnato uno dei periodi più sensibili della mia infanzia.
Ho esperienza. E l’ho fatta attraverso di voi. Come un parassita, sì.

Riprendendo il discorso iniziale, D’Andrea mi sta un pochino antipatico per tutti i motivi degli altri del ’79. E come tutti quelli del ’79 non può che ispirarmi una grande simpatia fraterna (anzi, quasi materna).
Quel pizzico di arroganza da signori del mondo che vi colora il sorriso. E quel mare di dubbi e preoccupazioni che lo scurisce. Quel senso di uomini di mondo che vi fa sbattere la testa ovunque. E quel velo di tristezza che… non so, penso dipenda dalla musica che c’era quando eravate bambini. (Oddio, quando ero alle elementari andavano gli Aqua e la Pausini. Voi eravate alle superiori, chi di noi era più influenzabile? Lo ammetto, io molto😄.)

4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. demoniopellegrino
    Set 02, 2009 @ 20:52:34

    fortuna che sono nato prima del ’79 quindi (parecchio). Ai miei tempi c’erano i Take That di take on me.

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  2. demoniopellegrino
    Set 02, 2009 @ 20:53:35

    ecco, quanto ho pigiato il bottone mi sono reso conto di aver detto una cazzata: gli A-ha, ovviamente. Non i take that.

    Rispondi

  3. demoniopellegrino
    Set 02, 2009 @ 20:55:46

    e sull’argomento giovani intellettuali vecchi, ti segnalo questo: http://www.wittgenstein.it/2009/09/02/all-the-sad-young-men/

    Rispondi

  4. Mele
    Set 03, 2009 @ 10:18:04

    Uuuh… preistoria! (Scherzoscherzoscherzo! Non ti arrabbiare!)
    Che tu sappia, c’è anche una canzone per lE giovani (non intellettuali) tristi? Le mie paturnie di diciottenne agli sgoccioli non lasciano tregua.

    Rispondi

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