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La rosa e i tre chiodi

Come avevo detto, dato l’esame di piano etc etc, bla, bla.
Prima una richiesta: GL, puoi mettere anche la trascrizione fonetica, nel glossario (ma serve proprio il glossario? Oh, beh, se mi infastidisce non lo leggo, giusto?)?
Allora, non mi sono fatta note (perché, insomma, colle Ff funziona, ma con un libro è esagerato), quindi vado un po’ a ricordi (stavo per dire “a naso”, ma di recente ho scoperto che è storto, quindi non va bene).
Mi è piaciuto più del primo. Mmmh… questione di atmosfera? Non so. Sarà la copertina così carina? Non so.
Però Caius ha tirato fuori un po’ di palle, e questo è OK (so fare OK anche con i piedi, quindi sono quattro OK).
Vai ragazzo! Mi piacciono gli uomini di polso! (Però è uno sfigato assurdo… assurdo.)
Ah, il mio personaggio preferito è Bellis.
Però c’è ancora questa cosa del non dir niente agli altri che mi rende antipatici gli adulti. GRR, caverei i denti a tutti!
E poi. Ma come mi finisci! Ma quanti ne hai ammazzati in questo libro? Ma insomma.
(Ti ripeterò fino alla morte che è un libro da maschi. Tutti Quegli Insetti)
Ah, e c’è ancora La storia infinita! (Sì sono fissata!) Capitolo… capitolo… AAAAAAAAAh, un altri libro senza indice! Riesco a dirlo senza fare spoiler? No.
Ed ecco il mare! Aspettavamo il mare (il “noi” siamo io, il criceto e l’omino nel mio cervello) da… la scorsa estate? Boh, quand’è che ne hai parlato?
Mi son persa come dal mare sei arrivato a Parigi o non l’hai detto?
Comunque, come sei arrivato dal mare a Parigi?
E’ un po’ tipo… Il Tempio delle mille porte, giusto? (Sì, se sai che sono fissata, fai lo sforzo di abbassarti al mio livello per capire quel che dico, per favore).
Il cattivo mi piace sempre di più.
E basta. Prometto che se lo rileggo scrivo qualcosa di più concreto.

Eh, ma che palle!

Allora.
Avevo detto a GL che non sarei andata a cercare il suo libro, perché credo nella serendipità, come era successo col suo primo. Ma non è che se non vado a cercare un libro significa che non vado in libreria.
Per esempio, a Orio (librerie minuscole, neh!) ho scoperto che è finalmente uscito il quarto Artemis Fowl, e trovato e comprato finalmente Profumo (!!), poi, sono andata (ma per puro sfizio) alla 51esima fiera dei librai (che l’anno scorso era la 50esima fiera deL librO, ma boh), dove ho trovato l’opera completa di De Sade, ma non ho preso perché avevo “solo” 50 euro e con quella avrei comprato due libri invece di quattro (prima volta che non approfitto… inoltre la copertina era ROSA, cioè, vi rendete conto? E’ il mio libro.).
Beh, andavo sul suo blog per dirgli che, cavolo, vabbeh la serendipità, ma sembra quasi un boicottaggio!, ma guarda te, dice che stop, chiuso, finita qui.
Ma daiii.
Che poi oggi sono inversa che ho il ciclo… sgrunt.

Mio stizzoso!

GL mi fa stizzire come pochi. E sì, ora sono abbastanza stizzita.
Ma cosa dico a uno che mi risponde così?
Come dire, o li odi o li ami, neh!

Leggere W. 2.

Capita che io stia leggendo Un giorno, cose terribili (L. Botti). E che mi metta a pensare: “Toh, sacrifici di bambini, un ragazzino ‘magico’ per protagonista… Umh. Ah, ecco! Wunderkind!”
E capita che io mi ricordi che stavo scrivendo qualcosa. Che non ho più postato. Che è qui sul mio desktop dal… 19 settembre.
Cioè, non so se vi rendete conto.
Archiviamo quello che ho scritto a settembre, vi va?

Comunque, a parte i sacrifici e i ragazzini superdotati, una cosa che li accomuna (i libri, non i superdotati) secondo me, è la critica.
Penso fosse Larù (che sarebbe Lara Manni, per la cronaca), a scrivere, qualche decennio fa del grande scarto tra la psicologia del personaggio e come lui scrive su msn. Lei ed altri, certo.
Somma Maestà (il gatto), Larù del mio core. Permettetemi di dissentire.
Premetto che quella traduzione è anche solo per lo sforzo un gioiello. Passare da un linguaggio non convenzionale a un altro linguaggio non convenzionale.
Premetto che un ragazzo non è un geniaccio solo perché legge Tolkien.
Premetto che a dodici anni (o all’età che ha, insomma), uniformarsi agli altri non è una questione di stile o di branco, ma significa solo “avere dodici anni”.
Premetto che le nuove generazioni di francesi parlano in un modo che noi dobbiamo ringraziare da noi stia scomparendo solo il congiuntivo, e premetto che quando scrivono messaggi, chat o robe del genere, il loro linguaggio diventa un codice inaccessibile.
Ecco, ho premesso tutto e non ho più niente da dire.
Anche a me da fastidio tutto quel “kappeggiare”, tagliuzzare, punteggiare e interpretare. È che io non conosco quel particolare gioco linguistico. Colpa mia che son vecchia, che non ho letto il libro in originale, che non sono una giovane francese (senza offesa, ma grazie al cielo!).

In W. Caius. Questo è stato scritto da Gamberetta, anche qui, mesi e mesi e mesi e mesi fa. “Questo” è che non va bene quando all’inizio GL dice che siccome il poverello era la versione tisica di Klara (quella di Heidi), e quei bastardi dei suoi genitori non gli avevano mai comprato il nintendo, allora era più intelligente degli altri.
Allora, io non mi pronuncio sul piano tecnico, perché lì sono una mezza sega e punto. Però a me non ha dato ne fastidio ne ha fatto tristezza (umh. “fare tristezza” esiste?).
Perché: 1. Io leggo il libro come se GL mi stesse raccontando una storia. 2. So che quella è un’opinione sua personale, e non capisco perché non dovrebbe esserci. 3. Mi ha dato il pretesto, all’epoca (la scorsa estate) di esclamare vittoriosa: “Ah! ’79!”, ricordando che giochini penosi c’erano negli anni ottanta, tipo quello in cui dovevi spostare l’omino per fargli prendere i pesci che saltavano fuori dall’acquario (gioco a cui ho giocato anch’io – finché mia sorella non se l’è ripreso- visto che i miei genitori non mi avrebbero preso un videogioco neanche a pagarli oro, neanche a riordinare camera mia, siccome erano convinti –ora, visto i risultati, si sono ricreduti- che mi avrebbe spappolato il cervello). Sì, ok, non c’erano solo i giochini penosi, ma sono stata segnata anch’io dall’assenza dei videogiochi durante la mia infanzia. Posso esternare liberamente la mia invidia sul mio blog? 4. Non sono d’accordo, e allora? Come direbbe GL, non sono abbastanza grande/intelligente per capire queste cose. Allora gli risponderei: “gnè gnè”, allora lui direbbe: “sei proprio leghista”. Ma la cosa mi attizza, non m’intristisce proprio.
Comunque. Il punto fondamentale è che mi piace sentire la voce dell’autore.
Perché il lettore dovrebbe vedere la storia stessa e non l’autore? L’autore esiste. La storia no (sì, esiste come storia, ma non sofistichiamo!). E per fortuna.
Già ho i mostri sotto il letto, ci mancano solo gli squilibrati gonfiati e plasticosi che si fanno scoppiare in centro città. (Intanto abbiamo i terroristi. Non so cosa sia meglio)

Proseguiamo colle prodezze critiche di Gamberetta. Insomma, non così a caso. Avevo detto (a GL?) che non ero propriamente d’accordo con la sua recensione, a cui ero arrivata in un modo arzigogolatissimo (del tipo: blog di GL – blog di Fabrizio – recensione di Gamberetta). Non voglio sollevare questioni, partiti, cazzate varie su questo e su quello che dirò, ok?
Però, permettetemi una specificazione.
GL? Sì, lo so che sei qui, trasparente come un fantasma (brutto comunista, non è che mi lasci un saluto, neh? Bastardo… che la lega colpisca te e i tuoi figli fino alla settima generazione!). Sono una tua *fan*? Se sono una leccaculo non lo sai, visto che di persona non ci conosciamo (per tua fortuna).
Ok, mi devo confessare: il rimming mi piace da bestia.

“Paulus si mosse a disagio, osservando un affresco il cui soggetto non era solo volgare, ma addirittura sinistro. La vernice con cui era stato disegnato, di un appariscente rosso scarlatto, doveva essere stata di qualità scadente, perché una miriade di gocce e sbavature si dipanavano dalla figura centrale dando allo spettatore un’idea di malsano sadismo.” Etc etc.
Dice che non è una descrizione, perché non ha oggetto.
Io mi ero chiesta, leggendo il libro, che descrivesse.
Descrive la vernice rossa e la sensazione.
Allora: abbiamo un posto oscuro che puzza di “magia nera” (ehm. Permuta liberale?) da far invidia ad un pesce morto da una settimana. Paulus sta seguendo il fratello che è fuori come una corona di Natale. Quello che vedo io è luce rossa e ombre senza contorni.
C’è qualcosa da descrivere? O è tutta una fantasia di Paulus? GL doveva dirci: c’è il cartellone della pubblicità della crema solare, quella del cagnolino che smutanda la bimba?
Che tra l’altro, se non ho letto male, sti due stanno girando in un posto illusorio.
Che deve descrivere? Le sensazioni. E lo fa.
Ciao.
(Ah. E se davvero quelli della Mondadori erano convinti che W fosse un libro per ragazzi… ditemi, come avrebbe potuto GL scrivere qualcosa di veramente scabroso senza subire l’attacco del Moige?)

Riguardo all’appunto (chiamiamolo così) che fa sulla scena in cui Caius è mezzo svenuto sulla spalla di Gus…. Sinceramente non ho capito quale fosse il problema.
Che avrebbe dovuto far vedere, nel momento in cui usa gli occhi, le orecchie, l’intestino di Caius, che guarda caso in quel momento è peggio che fumato? Anzi, secondo me il risultato finale è addirittura realistico.
E poi, scusate: chi obbliga a descrivere tutto col lanternino? Mica è un film di Tarantino. Mica è un manuale di chirurgia. Secondo i miei standard c’è addirittura troppo sangue, ringrazio il cielo che mi abbia risparmiato alcune cose. Che abbia alleggerito il carico.
Altrimenti lo piantavo lì (il libro, non GL), vaffanculo e tanti saluti.
Cos’è, la fiera del sadico? La masturbazione del carnefice? Ci vuole anche un po’ di pudore, certe volte.

La falsità.
1.“Aveva paura. Quella nuova, terribile sensazione aveva piantato gli uncini nella sua carne per la prima volta soltanto quattro giorni prima, e ora sembrava essere diventata la sua fedele compagna.”
2.“Il sangue sgorgava e spruzzava, mentre il Chanyde non si ribellava al suo assalto, inerte. Buliwyf poteva avvertire l’afrore del sangue nelle narici, poteva gustarne il sapore (dolce, oh, quanto dolce!) nella bocca e persino vedere giochi d’ombra tra i fumi di vapore che salivano dalle ferite aperte.”
1. Che c’è di male in “fedele compagna”? Sì, magari uno di quattordici anni penserebbe “quella troia mi sta attaccata al culo”, ma uno di trenta, almeno quando scrive, è più fine. Non mi sembra una cosa scontata. Mi sembra ironicamente malinconica. Da “adultino”, sì: ma cosa impedisce che Caius lo sia? Prima cosa. Seconda cosa: cosa impedisce all’autore di prendere il pensiero della sua creatura e dargli una forma più bella?
2. Che c’è di male in “dolce, oh, quanto dolce!”? Trattandosi di un licantropo, sarebbe stato meglio “dolce, Uh, quanto dolce!”. Lei non dice/pensa “Oh”, e altri amorosi sospiri. E non pensa che possa dirli/pensarli un tipo come Buliwyf, che tanto per rimanere nel suo ruolo di brutto e cattivo, sta insieme ad una “donna” che nemmeno più toccare. Certo, Buliwyf è lo stereotipo del lupo mannaro, neh? È quello che non sospirerebbe mai (alt! Perché “Oh” in genere indica una cosa del genere. Un fiato, un sospiro, un’esternazione vocale di estasi. Se la scambiate per “O” vocativo o qualcos’altro… beh, non so che dirvi) di piacere mentre sente il sapore del sangue. NEH?

Lo spostamento del punto di vista.
Quando la professoressa nota (Così!! Per caso!! Ma ci rendiamo conto!!) che il nome di Caius scompare dal registro.
Fa niente se intanto Caius sta sparendo dalla realtà.
Fa niente se la scuola stessa sta diventando un’entità fantasma.
FA NIENTE! Capito?!

Il figo tatuato.
Che sarebbe Gus, giusto?
Ecco, de gustibus etc etc.
Però, dai. Un pelatone pompato tipo metallaro con giubbotto di serie. Un… un… (Spoiler) insetto.
Bleah!
Che gusti, signorina.
Ma non è molto più figo Buliwyf?

Lawful good contro chaotic evil.
Questa me la segno.
Fa niente se i good cercano di far fuori un ragazzino di quattordici anni, neh?

Ecco. Con questo terminerei.

Anzi, con altre notine (che magari ho già detto).
Non ho idea di chi sia Gaiman o Barker. E francamente non mi interessa poi molto.
Non ho mai letto la Troisi. Non credo che i suoi libri contengano la chiave di lettura per quelli di GL, quindi non la leggerò neanche ora.
GL, non trattar male Demonio, che non ha ancora comprato il tuo libro, a quanto mi risulta.

(PS: Un paio di scuse per aver tardato tanto le ho. 1. Non ho particolare voglia di scrivere al computer. Fosse stata una conversazione telefonica, mi sarei addirittura dilungata. 2. Una scusa si chiama “esame di ammissione di canto”. 3. Un’altra si chiama “dramma pazzesco per orrendo ripiego universitario dell’ultima ora”. 3. Poi c’è “yeeeh, inizio del conservatorio”. 4. “FRANCESEEEEEEEEEEEEEEEE”.
Sì, sono due paia di scuse.)

Leggere Wunderkind (parte 1)

Devo parlare ancora di Wunderkind. Però la prenderò alla larga, come se non volessi arrivare al punto (come fa GL sul suo blog, neh? XPP). Devo fare un paio di specificazioni, prima di toccare il libro.

Non ero proprio partita col piede giustissimo, con D’Andrea.
Io stavo (di solito) zitta e osservavo, cioè leggevo, i commenti che ogni tanto lasciava sul blog di Larù. “Uhm.”, pensavo. “Boh”.
Chiaramente siamo di due scuole diverse. Ma direi che tutti quelli che sono nati prima della caduta del muro sono di una scuola diversa dalla mia (No, dai, forse quelli dell’89 no.).
Altrettanto chiaramente siamo di due fazioni politiche diverse. Ed è un’osservazione abbastanza banale, visto che gente di destra conosciuta in internet la posso contare sulle dita di una mano. Probabilmente perché frequento ambienti ostili? Non so, sui siti di slash sembrano tutti di sinistra…
Comunque.

Ha un modo di porsi (mmmh, come chiamarlo? Assoluto? Aiuto, scrittori, trovate un aggettivo), D’Andrea, che vedo abbastanza spesso e che mi ricordava qualcosa (a parte il fatto che si interrompe sempre nel punto più bello).
Ho scoperto cos’era quando ho comprato il libro (copertina stupenda, sconto del 15 %, nello scaffale davanti a me in mezzo a libri che non c’entravano assolutamente niente con lui. Dev’essere stato tutto previsto, non potevo tirarmi indietro).
È nato nel ’79.

Allora, io frequento gente del ’79 da quando sono nata.
Peggio ancora, sono stata cresciuta da genitori di una del ’79. Doppio influsso. Stesse mani hanno legato i miei sostegni e annaffiato il mio vaso.
Quando mi è capitata, per un anno solo, l’insegnante del ’79, sono andata in crisi perché non riuscivo a darle del lei. Ero disperata, mi sembrava di parlare con una mia amica o con mia sorella, invece era un’insegnante.

C’è un rapporto di amore e odio, tra me e quelli del ’79.
Posso parlare direttamente a voi?
Perché mi trattate, giustamente, come se fossi una ragazzina tanto più piccola di voi (quello che sono), e mi mettete la mano sulla testa e mi ripetete quella frase odiosa (“potessi avere anch’io i problemi di una diciottenne!”).
Non vi rendete conto che io vi ho visti crescere. Ho partecipato attivamente alla vostra adolescenza. Le vostre crisi di diciottenni hanno segnato uno dei periodi più sensibili della mia infanzia.
Ho esperienza. E l’ho fatta attraverso di voi. Come un parassita, sì.

Riprendendo il discorso iniziale, D’Andrea mi sta un pochino antipatico per tutti i motivi degli altri del ’79. E come tutti quelli del ’79 non può che ispirarmi una grande simpatia fraterna (anzi, quasi materna).
Quel pizzico di arroganza da signori del mondo che vi colora il sorriso. E quel mare di dubbi e preoccupazioni che lo scurisce. Quel senso di uomini di mondo che vi fa sbattere la testa ovunque. E quel velo di tristezza che… non so, penso dipenda dalla musica che c’era quando eravate bambini. (Oddio, quando ero alle elementari andavano gli Aqua e la Pausini. Voi eravate alle superiori, chi di noi era più influenzabile? Lo ammetto, io molto XD.)

Le mischie sul blog di Larù!

Copio il commento che ho lasciato a Larù nell’articolo di oggi sul suo blog, perché mi è uscito tanto carino.

Come al solito Demonio mi toglie la maggior parte dei miagolii di bocca!

Larù, ti ringrazio tantissimo per la possibilità di fare mischia (FrrrFrrr! Mele si raccoglie un momento per assumere il suo migliore tono acido e polemico. Ha bisogno di qualcosa di verde, verde cattiveria, per l’ispirazione. Trovato! È un porta blister della cibalgina, ma può andare.).

Allora, andiamo con… beh, ordine.

Sì, il lettore ha il sacrosanto diritto di godere di un libro senza sforzo. Ma il lettore ha anche il sacrosanto diritto di godere, di un libro, anche della compiutezza artistica. (“Compiutezza” suona male… ma “perfezione” è un po’ forte, anche se vuol dire la stessa cosa)

Mi fa un po’ specie che si appiccichi uno stile a ciascun genere. E non so neanche che vuol dire “mainstream”, a momenti.
Ma che cavolata è? Stiamo facendo un tema? Dobbiamo scegliere se fare il saggio breve o l’articolo di giornale? Eh? Ma dai. Lo stile si applica alla persona, al momento, pure all’operazione intellettuale, se c’è, ma non certo al genere.
Insomma, ho capito che c’è il pubblico da soddisfare, e io sono la prima che desidera che il destinatario sia sempre tenuto presente durante un’operazione comunicativa qual è la scrittura (solito paragone colla musica, neh?). Ma non sarà mica il pubblico a decidere se un libro ha o non ha il diritto di possedere bellezza e arte!

Lasciamo da parte le mie enormi lacune e premettiamo, *solo* mentre ti espongo le mie teorie, quel che ti ripeto sempre: la bellezza è come minimo importante quanto la storia. (Adesso non ci mettiamo a disquisire su che cos’è la bellezza, eh!)

L’Ordine è una cosa difficilissima. Ordinare significa scriversi (su carta, mentalmente, pure istintivamente) un bel diagramma ad albero di quello che si vuole dire. Alt!
Cos’ha fatto la lettrice? Ha preso un pezzo di libro e l’ha riscritto in modo che *per lei* fosse più ordinato e “facile”. *Per lei*: per lo schema che lei applica a ciò che legge. Magari un altro lettore (più colto, o più allenato, o più sensibile, non è importante adesso) avrebbe trovato, e quindi goduto, lo schema utilizzato dalla scrittrice.

L’ordine, come il senso della bellezza, è estremamente personale, sia perché ognuno ha una… come chiamarla? Vista? Capacità di cogliere la struttura narrativa? Diversa, sia perché ognuno ha il suo schema preferito.

Alt! Prevedo un’obiezione: lo schema c’è sempre? Beh, sì. *Secondo me*. Come quando i matematici dicono che si può trovare una formula per tutto (dall’andamento demografico delle rane in uno stagno al miglior posto dove parcheggiare): anche nella poetica di uno scrittore c’è una formula particolare. Con un numero da mal di testa di varianti, certo.
D’altronde, la matematica è anch’essa un linguaggio.
L’ordine dev’esserci, altrimenti ogni storia andrebbe a rotoli come una patata che cade dalle scale.
To-pomf to-pomf to-pomf.
(Al che qualcuno può obbiettare che anche la patata arriva alla fine, e che anche la patata ha una formula che segue nel cadere. Aspetti un attimo che raccolgo la saliva per sputargli in bocca, perché quelli che fanno finta di non capire i paragoni mi fanno venire le ovaie quadrate.)

Altra obiezione: L’ordine è innaturale. Come mai dovrebbe venire diciamo “spontaneo” (come sembra che io sottintenda) essere ordinati?
Ehm. Perché cerchiamo sempre la via più vantaggiosa per arrivare ad un punto?
Ehm… perché siamo animali intelligenti? Più intelligenti di quanto normalmente ci consideriamo? (Alt! Vantaggiosa, non breve: se ho fretta scelgo la più veloce; se ho un’oretta e un paio di cinquanta euro scelgo quella con più negozi; se ho solo voglia di rifarmi gli occhi scelgo quella che mi porta a costeggiare la palestra quando esce la squadra maschile di pallavolo. Neh?)

Soprattutto quando bisogna gestire salti temporali e variazioni di pov, cioè complicarsi la vita, bisogna essere ordinatissimi, attentissimi, e non lasciarsi prendere dal panico.
(E insomma, Larù! Nelle tue storie ci sono incastri misurati al millimetro. Questa cosa che dico la sai e strasai.)
Ce ne sono sempre meno perché sono anticommerciali? Perché non si è più capaci di scriverli, o non si ha più la pazienza per farlo? Ah, boh. Io che ne so?

Riguardo al “falso semplice”. Allora, “falso semplice” non mi piace, perché mischia il livello dello scrittore e quello del lettore. Si intende un modo di scrivere che ricerca con buoni risultati la semplicità e la chiarezza, giusto? (No, perché… sai io come vado in palla sulle definizioni. Cos’era, quella volta? L’allegoria?)
Ecco. Per il lettore, è semplice punto e basta. Uno schema che il cervello assorbe subito e che soddisfa il piacere che la mente prova nei confronti di tutto ciò che è ordinato. Perché *non* si può dire che ciò che è semplice *non* sia ordinato.
Anzi, la semplicità è l’apoteosi dell’ordine. Pensa alla bellezza di un viso, di un viso ideale, non reale. La simmetria. Che è una cosa banalissima: un elemento e il suo speculare. Ordinato e di immediata comprensione (comprensione non nel senso che tu capisci perché ti piace una cosa, ma che subito assorbi – scusa se lo ripeto, mi sembra il verbo che più spiega ciò che intendo -, fai tua la bellezza di un qualcosa).
Semplice. “Semplice” è una delle parole più belle che esistano.
Lo dice una che della complicatezza ha fatto il suo marchio di fabbrica (e si è presa un sacco di pedate sulle dita per essa).
Per lo scrittore. Qui, un enorme, rumoroso BOOOOOOOOH! Chiedete a Larù, alla scrittrice, cosa è semplice per uno scrittore (ok, sei una *scrivente*, me l’hai già detto…). C’è chi si rompe la testa sulle grazie delle lettere e c’è chi caga oro. (Scusa il termine)
C’è chi ha bisogno delle dita per fare le addizioni, c’è chi ti trova i numeri primi a mente.
Nel primo caso, è un lavoraccio da puzzare come porci che si sono rotolati nella loro meLma per una vita. Nel secondo è il meraviglioso esempio della genialità di una mente estremamente complessa.

Ohé, come mai sto complicando così la questione? Ecco, hai a che fare con una persona terribilmente disordinata! Cosa ci scommetti che quello che ho blaterato fin’ora si può sintetizzare in metà parole?

Passiamo all’impoverimento culturale, dove mi genufletto ma non sono del tutto d’accordo con Demonio. Per pura vanità ovviamente, perché non sono né un mostro di grammatica (e certe volte mi accorgo di essere persino un pelo sotto la media della decenza), né una persona di grande cultura (Woolf? Ehm… se non avessi mai letto nulla della cara signora?). Però, parlando con Enorme Modestia, ho il senso della bellezza e so apprezzare la complicatezza tanto quanto la semplicità.
Anche se quando avevo quattordici anni mi piaceva accoppiare Secchan alle Mary Sue in terribilmente melense ficcyne. (Oddio, il “terribilmente melense mi è rimasto”. Uhm. Devo averlo insito nel nome.)

Riguardo Esbat. Occielo. “Falso semplice”. Mmh. Sì?
Sappiamo, o perlomeno io mi ricordo, il lavoro di bisturi (e anche scure, dai) che hai fatto.
Lo hai fatto per trovare la formula della patata che cade dalle scale.
C’è Hyoustuki che poverino cammina su bucce di banana, cera fresca e biglie.
C’è lo stomaco che a momenti ti casca nelle mutande (Ti ricordi quando ti ho scritto: “Mi hai ammazzato il convivente!”).
(Ma come al solito io sto facendo un pastrocchio di ricordi riguardanti Esbat e Sopdet.)
Non so se è “semplice”, oppure è il ritmo (il “to-pomf”) che ti tira per il naso fino alla fine.
Perché la casualità è estremamente complessa.
Oddio. Proprio non so se è “Falso semplice”. Però è bello, gustoso nel senso che ho scritto in cima.
Anche se l’exploit è Sopdet. Sopdet è un “Wow” stilistico pur colle pecche della “prima” stesura.

E sai che faccio? Copio incollo questo commento nel mio blog e ci faccio un post. Ecco.

(Mele zampetta via allegra perché queste battaglie – sì, contro mulini a vento, ma che importa – la sollazzano immensamente e ti ringrazia ancora)

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